2011/002

In sede civile ove il paziente provi l’esistenza del contratto di cura e alleghi l’inadempimento grava sul medico l’ onere di provare -  utilizzando il criterio causale del “più probabile che non” - che non vi è stato inadempimento nell’esecuzione delle prestazioni secondo le leggi dell’arte ovvero che, pur esistendo inadempimento, il danno non è causalmente riconducibile all’inadempimento medesimo.

Sulla base di tali principi è stata rigettata la domanda di un soggetto affetto da ernia discale lombo-sacrale il quale, sottoposto ad intervento chirurgico di asportazione di un polipo rettale, lamentava la comparsa di complicanze sfinteriali.

 

Il caso riguarda una paziente sottoposta a intervento di asportazione di polipo rettale  con resezione di una porzione di colon-retto durante il quale si era verificata una lacerazione della parete, con necessità di eseguire immediato intervento laparotomico riparatore durato 12 ore, che lamentava residuati postumi pregiudizievoli per l’avvenuto accorciamento del canale anale. La struttura ospedaliera, unica convenuta ribadiva che era stato eseguito un unico intervento (laparoscopia convertita in laparotomia) all’esito del quale i chirurghi erano riusciti a conservare l’ampolla rettale, che il consenso informato rappresentava la possibilità di limitazioni funzionali, che non vi erano stati riscontri di disfunzioni sfinteriali nel post-operatorio e, in ogni caso, che i postumi lamentati non erano in nesso causale con l’operazione, bensì con patologie pregresse e preesistenti (in particolare con la accertata patologia discale lombo-sacrale di cui già soffriva la paziente).

La consulenza tecnica d’ufficio (C.T.U.) espletata in causa e la successiva integrazione, confermavano l’assenza di responsabilità in capo ai curanti. Il giudice, richiamando le risultanze della CTU – che esclude ogni nesso causale – rigettava la domanda della paziente condannando la stessa alle spese.

La pronuncia esplicita i vigenti principi in tema di ripartizione dell’onere probatorio tra le parti, anche tenendo conto del maggior favore concesso alla posizione del paziente.

Citando le Sezioni Unite della Corte di Cassazione (e in particolare la sentenza n. 577/2008), viene ribadito come in tema di responsabilità del medico, a prescindere dall’ormai superata distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato, gravi sul professionista (e/o sulla struttura) l’onere di fornire prova che inadempimento non vi sia stato ovvero che non sussista nesso di causa tra questo e il danno.

Il paziente, dunque, potrà limitarsi a provare l’esistenza del contratto di cura, allegando l’inadempimento del sanitario, sia pur un “inadempimento, per così dire, qualificato, e cioè astrattamente efficiente alla produzione del danno”.  Competerà al medico, invece, “ dimostrare o che tale inadempimento non vi è proprio stato ovvero che, pur esistendo, non è stato nella fattispecie causa del danno”.

Il giudice ricorda inoltre il diverso concetto di causalità in sede civile rispetto a quello in sede penale. Nel richiamare la sentenza della Corte di Cassazione n. 21619/2007, infatti, viene esplicitato l’utilizzo del criterio causale del “più probabile che non” (in implicita contrapposizione all’“elevato grado di credibilità razionale” vigente in sede penale).

Proprio l’applicazione di tale criterio, conclude il giudice, consente nel concreto di affermare la comprovata maggiore probabilità che i postumi lamentati dalla paziente siano sorti “indipendentemente dalla ravvisabilità di una colpevole omissione”.