Ipossia cerebrale
Letteralmente indica una mancanza di ossigeno alla parte più esterna del cervello, una zona denominata corteccia, sede delle principali funzioni “coscienti”, tuttavia, il termine è più tipicamente usato per riferirsi ad una mancanza di ossigeno al cervello in toto. L’ipossia cerebrale si configura quindi come un drammatico punto di arrivo di molteplici situazioni morbose, per lo più acute, che sono: asfissia da inalazione di fumo; avvelenamento da monossido di carbonio; arresto cardiaco, infarto, complicanze della anestesia, compressione della trachea; paralisi dei muscoli respiratori; annegamento; overdose; lesioni prima, durante perinatali; ictus; grave ipotensione, come nello shock. Sono evidenti le differenze tra questi quadri, in alcuni la pompa cardiaca non è in grado di spingere una quantità sufficiente di sangue sino al cervello, in altre le molecole che trasportano l’ossigeno vengono “saturate” da altre sostanze come il monossido, altre ancora hanno come fulcro un insufficiente approvvigionamento di aria, e quindi di ossigeno, per un ostacolo meccanico al suo passaggio o per l’impossibilità dei muscoli di compiere il loro lavoro. In tutte però il risultato finale è la riduzione della quantità di ossigeno a disposizione, al di sotto della soglia sufficiente per le funzioni cellulari, con conseguente alterazione dei processi di produzione di energia, accumulo di sostanze tossiche, danno delle strutture vitali e quindi morte della cellula stessa. Le cellule cerebrali, i neuroni, sono estremamente sensibili a tale privazione ed alcune cominciano a morire meno di 5 minuti dopo che il rifornimento di ossigeno risulta interrotto. Dopo 8 minuti aree più o meno estese, a seconda dell’entità della privazione, presentano danni non reversibili. Dopo 12 minuti, salvo rarissime situazioni, tutto l’encefalo risulterà compromesso, con la morte dell’individuo. La clinica può essere infida, in quanto gli stadi iniziali possono essere rappresentati da confusione mentale e disorientamento, che spesso impediscono al paziente la ricerca di aiuto, in seguito si ha il coma, ovvero la completa assenza di coscienza e responsività agli stimoli. L’ipossia cerebrale è una condizione di emergenza che richiede un trattamento immediato. Prima la fornitura di ossigeno viene ripristinata al cervello, minore è il rischio di gravi danni cerebrali e morte. La terapia dipende dalla cause sottostanti di ipossia, che come si è accennato possono essere molto variabili. Sino a che tale causa non viene intercettata ed interrotta un supporto vitale di base è imprescindibile. Il trattamento prevede: assistenza alla respirazione (ventilazione meccanica); controllo della frequenza cardiaca; fluidi o farmaci per controllare la pressione sanguigna; farmaci edi anestetici generali per sopprimere eventuali attacchi epilettici. A volte il raffreddamento della persona serve in quanto rallenta l’attività delle cellule cerebrali e diminuisce il loro bisogno di ossigeno. Tuttavia, i benefici di tale trattamento non sono consolidati. Le prospettive di guarigione dipendono dall’entità della lesione cerebrale, determinata da quanto tempo al cervello è mancato l’ossigeno. Se questo tempo è stato breve ci potrà essere un recupero senza sequele. In casi di ipossia di maggiore durata i pazienti recuperano molte funzioni, ma possono presentare movimenti anomali quali contrazioni o scatti, disturbi visivi di vario genere, più in generale alterazioni di una qualsiasi delle funzioni superiori. In molti casi possono persistere nel tempo convulsioni. Possibile evoluzione di un’ipossia prolungata è lo stato vegetativo (funzioni vitali di base, quali la respirazione, la pressione sanguigna, ciclo sonno-veglia e l’apertura degli occhi possono essere conservate, ma la persona non è vigile e non risponde agli stimoli). La prevenzione dipende dalla causa specifica di ipossia, pertanto risulta estremamente complessa.
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